Area
Cultura delle Risorse Umane

Topic
Psicologia del Lavoro

Susanna Lenardon

N° 200

28 febbraio 2024

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Benessere e Work Life Balance

Il benessere di questi tempi è un tema quasi inflazionato.

Se ne discute molto e su diversi tavoli; se ne occupano medici, fisioterapisti, personal trainer, psicologi, nutrizionisti, manager delle risorse umane, economisti e sociologi.

Da dove deriva quest’abbondanza di contributi?

Innanzitutto dal significato stesso della parola.

Solo per citare brevemente la definizione che ne dà il dizionario online Treccani:

  1. Stato felice di salute, di forze fisiche e morali […]
  2. Condizione prospera di fortuna, agiatezza […]
  3. Sensazione soggettiva di vita materiale piacevole, nell’espressione condizioni di benessere con cui vengono indicati, in termotecnica, i livelli a cui devono trovarsi i vari fattori che influenzano l’abitabilità di un ambiente chiuso […], perché le persone che vi devono soggiornare per un tempo abbastanza lungo […] si trovino a loro agio, senza avvertire sensazioni spiacevoli di caldo o di freddo.

Osservando anche solo il primo significato, possiamo vedere come il benessere abbia a che fare con aspetti legati alla salute in generale, compresi fattori di energia fisica (per essere in stato di benessere non è sufficiente quindi non essere malati ma anche essere e sentirsi in forma, carichi di energia) e una sorta di equilibrio personale di tipo psicologico.

Se poi andiamo sulle definizioni 2 e 3, risulta molto chiara l’importanza del coinvolgimento di economisti, sociologi, fisici, architetti…

Ha senso quindi, quando si parla di benessere, circoscrivere il campo d’azione con l’obiettivo di fare chiarezza su alcuni aspetti specifici e la consapevolezza di non aver esaurito il tema nel suo complesso.

In questo articolo, pertanto, ci limiteremo ad osservare il benessere attraverso i principi di Work Life Balance e di riduzione dello stress.

Work life balance

Non abbiamo grande simpatia per la traduzione letterale di “work-life balance” che lascia intendere che “vita” e “lavoro” debbano essere considerati come aspetti separati.

In questa formula sembra quasi che il lavoro rappresenti sofferenza/tristezza/peso e il resto, la vita extra-professionale, sia necessariamente qualcosa di bello/arricchente/armonioso.

Forse ha più senso partire dall’assunto che l’essere umano ha una vita all’interno della quale c’è il lavoro, che ne costituisce parte integrante.

E che il lavoro è portatore di soddisfazioni, significati, entusiasmi e anche di fatiche, stress e frustrazioni, esattamente come tutti gli altri mattoncini che compongono la vita (compagni/e, figli, famiglie d’origine, amicizie, passioni/hobby, sport, …).

Ci piacerebbe piuttosto ragionare sui concetti di Senso e di Pienezza: quella percezione di appagamento e soddisfazione che ci dà la consapevolezza di essere bravi, di essere nel posto giusto, di aver riempito quel frammento di giornata con qualcosa che ci piace ed ha valore per noi.

Vivere in uno stato di benessere non passa quindi necessariamente attraverso la riduzione del tempo di lavoro ma dalla capacità/possibilità di riconoscere nella propria esistenza elementi rilevanti.

Non l’evitamento della fatica ma l’utilizzo della propria energia verso ciò che dà soddisfazione e senso.

Csìkszentmihàlyi (in Flow. Psicologia dell’esperienza ottimale. Roi Edizioni, 2021) parla di Flow, uno stato particolare di concentrazione e benessere, che definisce come “l’espressione con cui le persone descrivono lo stato della loro mente quando la coscienza è in una condizione di ordine armonico e loro vogliono realizzare quello che stanno facendo per amore della cosa in sé”.

Ed è proprio questo amore per la cosa in sé che ci fa stare bene.

Difficile ovviamente ipotizzare un’esistenza costruita in modo esclusivo intorno a questo concetto, ma è possibile iniziare a ragionare su quali sono gli elementi che ci fanno stare bene per alimentarli e, forse ancora di più, riconoscerli quando sono presenti.

In questa prospettiva, quando l’individuo svolge un’attività lavorativa che lo appassiona, che gli offre soddisfazioni e che lo arricchisce, l’investimento in questa direzione diventa un valore e non una sofferenza.

Sono le situazioni nelle quali la persona non trova la pienezza di sé che richiedono un ripensamento degli equilibri di vita, attraverso la gestione dei tempi e delle energie spese nei diversi ambiti.

Sicuramente, ad appesantire le persone in questo periodo storico è anche la troppa frenesia, un continuo correre, a prescindere da cosa c’è da fare, a prescindere da ciò che consideriamo giusto o importante.

Ormai si corre, quasi per abitudine: ogni cosa diventa urgente lasciandoci con la sensazione di non aver investito sulle cose importanti.

A differenza della fretta, che è la necessità di fare presto, correlato ad un obiettivo (cammino in fretta per riuscire a prendere il treno), la frenesia è uno stato di “delirio continuato e furente” che offusca la capacità di definire le priorità e i metodi (cammino veloce, a prescindere).

È la frenesia che, diventando meccanismo automatico, porta l’individuo a non osservare più ciò che gli accade, a non riconoscerne più la rilevanza, a non vedere nemmeno quello che è presente e che, se vissuto con presenza reale, può regalargli sensazioni positive.

Stress: opportunità e rischi

Oltre alla frenesia, allo stato di malessere contribuiscono poi altri fattori psicologici, il più diffuso e comune dei quali è il vivere in uno stato permanente di stress.

Con la parola stress si indica un insieme di reazioni difensive fisiche e psicologiche attivate per far fronte ad una minaccia o una sfida.

Dal punto di vista fisico, in particolare, si attivano una serie di reazioni che hanno un’origine antichissima, ed erano fondamentali in un contesto pericoloso, in quanto forniscono l’energia necessaria per correre a perdifiato o respingere un predatore.

La vita di oggi è diversa; le giornate non sono piene di predatori ma di superiori con richieste sempre maggiori, tempi sempre più stretti, ecc…

Per il cervello tutti questi fattori sono comunque considerati una minaccia e, quindi, attivano la reazione di stress, mettendo le persone “in assetto da guerra”.

Siccome però in questi casi non si può combattere o scappare, gli ormoni dello stress rimangono nel corpo inutilizzati e, col tempo, possono causare danni all’organismo e alla psiche.

Di per sé lo stress, fino ad un certo livello, non è negativo e consente alle persone di reagire prontamente agli eventi.

È proprio grazie all’attivazione fisica che siamo in grado di far fronte a situazioni complesse: il rilascio di ormoni e il coinvolgimento del sistema nervoso garantiscono una particolare condizione di forza e concentrazione.

Una volta passata la fase di “emergenza”, corpo e mente richiedono un periodo di pausa per recuperare le energie e “smaltire” i residui inutilizzati durante la fase di attivazione.

Se gli eventi minaccianti o sfidanti si manifestano con un ritmo che rispetta questa regola, possiamo considerare lo stress come un fattore costruttivo.

Se però lo stress supera il limite sostenibile dall’individuo, ci si trova di fronte ad una spirale patologica.

Ad esempio, da tempo la comunità scientifica si interroga sulla relazione esistente tra stress e malattie cardiovascolari.

Pur conoscendo l’esistenza di interazioni tra vissuto psicologico e reazioni fisiche ed il conseguente sviluppo di disturbi psicosomatici, fino a pochi anni fa, non si era ancora riusciti a raccogliere dati sufficientemente organici per giungere ad una conclusione.

L’articolo “Relation between resting amygdalar activity and cardiovascular events: a longitudinal and cohort study”, curato da Ahmed Tawakol e colleghi, pubblicato su The Lancet nel 2017, arriva finalmente ad alcune conclusioni che ci aiutano a definire in modo più preciso il peso dello stress sulle malattie cardiovascolari.

L’articolo conclude esplicitamente che “lo stress cronico potrebbe essere trattato come un importante fattore di rischio di malattie cardiovascolari su cui fare screening di routine come per gli altri fattori di rischio cardiovascolare.

Il nostro studio mostra, per la prima volta, una relazione tra l’attività del tessuto neurale e i successivi eventi cardiovascolari e suggerisce che la rete Salience del cervello, il midollo osseo e l’infiammazione arteriosa formano insieme un asse che può accelerare lo sviluppo di malattie cardiovascolari.

Inoltre, i nostri risultati suggeriscono la possibilità che gli sforzi per ridurre lo stress psicologico possano produrre benefici che si estendono oltre ad un senso di accresciuto benessere psicologico, e possono avere un impatto benefico sull’ambiente ateriosclerotico”.

La gestione dello stress è quindi un argomento “spinoso” su cui comunità scientifica e aziende stanno faticosamente lavorando: se da un lato è importante evitare che vi sia un eccesso di pressione sulle persone e i dipendenti, dall’altro, al giorno d’oggi, è quasi impossibile creare contesti in cui l’attività e la vita procedano in modo regolare e rilassante.

Oggi preferiamo quindi parlare di STRESS BALANCE (Bilanciamento dello Stress), un approccio multifattoriale che non cerca di ridurre lo stress a tutti i costi o di controllarlo con strategie razionali predefinite ma di portare le persone a convivere efficacemente con le situazioni difficili.

È possibile lavorare in questa direzione:

  • imparando a rileggere gli eventi togliendo la connotazione di “minaccianti” a quelli che di fatto non lo sono e riconoscendo, e affrontando, la gravità/serietà di quelli che invece rappresentano uno scoglio reale.
    A volte accade che, essendo già sotto pressione per altri fattori, l’individuo viva come negative anche eventi neutri alimentando ulteriormente il senso di pressione
  • diventando più consapevoli delle risorse già disponibili in sé ma non riconosciute, per mobilitarle in sostegno alla propria salute e benessere e per affrontare in modo diverso le condizioni di fatica, stress e sofferenza (psichica e fisica)
  • imparando ad attivare il proprio corpo affinché si inneschino funzioni metaboliche positive (che incidono su cuore, ormoni, sistema nervoso, riserve energetiche, …) garantendo il rilascio di endorfine, note come “ormoni della felicità”.

Conclusioni

Il benessere è una percezione, non un dato oggettivo.

Capita che persone diverse che vivono eventi analoghi, a volte, diano descrizioni differenti del loro vissuto rispetto a ciò che stanno affrontando, e questo sia di fronte ai problemi che a situazioni positive.

Ciò non significa che ci siano persone “forti”, capaci di far fronte ai casi della vita e persone “deboli”, non pronte a gestire le difficoltà, piuttosto, possiamo ipotizzare che ci siano persone più abituate ad osservare se stesse e a “stare” (nel senso di “restare dentro”, con consapevolezza) in ciò che accade.

Può capitare a chiunque di sentirsi triste, irritabile, irrequieto e di trascinarsi questo stato d'animo per tutto il giorno o addirittura più a lungo, ma, molto spesso, ciò che fa persistere questo scenario non è tanto l'umore in sé, quanto invece il modo in cui si reagisce all'umore.

Il tentativo di sbarazzarsi quanto prima di quell'attimo fastidioso d'infelicità, non gradito e non contemplato nel modello di vita che piacerebbe adottare o che ci si aspetta da se stessi, peggiora la situazione perché, più ci si ostina ciecamente a liberarsi di quella condizione, più questa sarà pervasiva.

Come nelle sabbie mobili: più ci si dimena, più si affonda!

Lavorare sul proprio benessere significa quindi lavorare su di sé, prestare attenzione alle proprie sensazioni fisiche, ai pensieri e alle emozioni per vederli più chiaramente e viverli fino in fondo.

È questa consapevolezza che consente alle persone di capire di cosa hanno bisogno davvero, cosa offre Senso, cosa regala Pienezza, cosa riempie la loro vita di valore, senza doversi appiattire su modelli socialmente precostituiti.


Tratto da "Personale e Lavoro Rivista di cultura delle Risorse Umane - n° 663 - Febbraio 2024
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Frecce: elaborazione su foto di Veronica Bosley da Pixabay