Area
Cultura delle Risorse Umane

Topic
Lavoro

Luca Pesenti e Giovanni Scansani

N° 130

5 luglio 2022

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Natura umana e senso del lavoro: una riflessione necessaria1

A cosa serve il lavoro?

Non c’è forse domanda più urgente.

Mai come oggi la dignità del lavoro, di ogni lavoro, sembra messa in discussione, minacciata da una impostazione culturale che come ha recentemente scritto il filosofo Michael Sandel nel suo La tirannia del merito (Feltrinelli, 2021) “rende la vita difficile a quanti non hanno credenziali meritocratiche e li porta a dubitare della propria appartenenza”.

È questa “tirannia del merito” che, dividendo il mondo in vincenti e perdenti, ha, un passo dopo l’altro, aumentato la precarizzazione del lavoro e, soprattutto, creato lavori (e lavoratori) di serie A e di serie B, spesso attraverso lo sfruttamento intensivo intermediato da piattaforme tecnologiche ed anonimi algoritmi descritto da Aloisi e De Stefano nel loro interessante lavoro Il tuo capo è un algoritmo. Contro il lavoro disumano (Laterza, 2020).

È così cresciuto il rischio di ridurre il lavoro a pura prestazione, il cui valore viene definito in via esclusiva dalla remunerazione riconosciutagli dal mercato e non già dal suo contributo rispetto ad obiettivi più “alti” come la definizione dell’identità personale e la costruzione del bene comune.

Da questa ferita inferta alla dignità di ogni lavoro deriva la perdita di significato del lavoro e la sua scissione di senso.

Non si può che cominciare da questa emergenza post-moderna per discutere anche di un tema già di per sé ampio e complesso come è quello della remotizzazione del lavoro.

Occorre dunque ricondurre la riflessione al valore del lavoro in sé, alla sua ontologia, per così dire.

Nell’enciclica Laborem Exercens, San Giovanni Paolo II affermava ad esempio che “il primo fondamento del valore del lavoro è l'uomo stesso, il suo soggetto […] Il lavoro è un bene dell'uomo - è un bene della sua umanità - perché mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, «diventa più uomo»” (L.E., 9).

Lavorando, dunque, l’uomo diventa più uomo e lavorando con gli altri plasma la sua stessa personalità.

E, ampliando l’orizzonte, lavorando l’uomo accede ad un catalogo di diritti e di doveri che lo rendono autenticamente cittadino: è questo il senso sociale e politico inscritto nell’art. 1 della Costituzione italiana.

Vi è dunque un nesso strettissimo tra lavoro e fioritura dell’umano in tutte le sue dimensioni, come già il pensiero greco (si pensi ad Aristotele) aveva intuito.

Ed è proprio dentro questa fioritura umana che il lavoro rappresenta il modo privilegiato con cui l’umano di ciascuno entra in relazione con l’altrui umanità.

Come avverte il sociologo Pierpaolo Donati, il lavoro umano non rappresenta (come erroneamente ridotto da pur rilevanti filoni di pensiero moderno) una semplice relazione economica “prestazionale” ed “incorporata” all’interno di relazioni sociali di varia natura.

Se osservato nella sua natura più ampia ed autentica e dunque utilizzando uno sguardo sociale e culturale, prima che economico ed organizzativo possiamo invece osservare che è esso stesso relazione sociale.

A seconda dell’ottica entro cui ci si pone, potremo dunque osservare (sempre stando all’interno della prospettiva disegnata da Donati) due orientamenti distinti che si confrontano da tempo.

Da un lato vi è un impianto capitalistico che fonda nel consumo lo scopo stesso dell’attività economica: è attraverso i consumi che si entra in relazione con l’altro, poiché il consumo rappresenta il meccanismo prioritario per garantirsi appartenenza nel consesso sociale.

Con il paradosso, descritto ormai da oltre tre decenni di indagini, che proprio questo modello economico giunge a “consumare società” giungendo fino ad erodere le fondamenta della democrazia.

Dall’altro lato vi è, invece, un modello economico capace di “riprodurre società”. Da questa prospettiva, non estranea peraltro alle sensibilità post-moderne, il lavoro si configura per alcuni elementi essenziali che travalicano la pura dimensione prestazionale ed efficientista, e che, sempre Donati,:

i) è un elemento che intermedia sfera privata e sfera pubblica, mantenendo le reciproche distinzioni;

ii) è una ricerca di senso sul piano esistenziale che si sostanzia anche nella relazionalità umana con i colleghi di lavoro, i propri responsabili, i clienti;

iii) è vincolo e risorsa che produce coesione sociale creando una trama di connessioni tra soggetti all’interno di un sistema di aspettative, regole e modelli di comportamento (Donati, 2001: 176-178).

Se osservato da questa angolatura, il lavoro appare pienamente umanizzato perché dotato di senso, orientato all’apertura verso il mondo e creatore di reti relazionali.

La contingenza storica che stiamo vivendo è dunque sfidata da questa doppia opzione: da un lato, un modello economico e del lavoro che consuma la società e forse l’uomo stesso in un incessante sforzo produttivista finalizzato non già alla dignità dell’uomo, ma al solo consumo; dall’altro, un modello economico e del lavoro che produce società, relazioni, dignità sociale e umana.

Questa contingenza storica, a partire dal mese di marzo 2020, ha preso la forma della regola ferrea del distanziamento fisico, mettendo in discussione, per centinaia di milioni di persone nel mondo, buona parte degli elementi di una normale vita di relazioni.

Ovviamente non è sfuggito a questa imposizione anche il lavoro, per molti improvvisamente remotizzato e domiciliarizzato al punto da rimettere in discussione le sue caratteristiche di umanizzazione della vita e della realtà.

Proprio per questo, nel dibattito, spesso interessato, sullo smart working è indispensabile ripartire dai fondamentali per poter costruire nuove forme di lavoro ibrido autenticamente umane e non, come spesso accaduto in questi mesi, dis-umanizzanti.


Tratto da "Personale e Lavoro n° 646 - Luglio 2022" - Uno dei servizi dell'Abbonamento ISPER

Note

1 - L’articolo rappresenta una rielaborazione di un testo già presente in L. Pesenti e G. Scansani, Smart working reloaded. Una nuova organizzazione del lavoro oltre le utopie, Vita e Pensiero, 2021.

Foto di Pexels da Pixabay
Frecce: elaborazione su foto di Veronica Bosley da Pixabay