La generazione sandwich entra in azienda e cambia le regole del lavoro
Rossella Cardinale
Hanno cinquant'anni, spesso figli ancora da sostenere e genitori anziani che iniziano a perdere autonomia.
Lavorano, ricoprono ruoli di responsabilità, coordinano persone e progetti.
Contemporaneamente organizzano visite mediche, gestiscono emergenze familiari, prendono decisioni per altri: sono gli appartenenti alla cosiddetta generazione sandwich, stretti tra responsabilità di cura verso generazioni differenti.
Il doppio invecchiamento che cambia il lavoro
La generazione sandwich è una delle manifestazioni più evidenti di una trasformazione demografica e sociale che sta modificando profondamente il rapporto tra persone e organizzazioni.
Da un lato, l'allungamento della vita lavorativa e la necessità di valorizzare le competenze delle generazioni più mature. Dall'altro, l'aumento della longevità, che può comportare responsabilità di assistenza ai genitori per periodi sempre più lunghi.
A queste si aggiungono le esigenze dei figli, che possono richiedere sostegno economico, educativo e relazionale ben oltre l'adolescenza.
Si delinea, dunque, una doppia direzione di cura che non riguarda soltanto il tempo disponibile, ma anche le responsabilità decisionali, la progettualità personale e le possibilità di investimento professionale.
Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2026, l'età media della popolazione italiana ha raggiunto i 47,1 anni e le persone con almeno 65 anni rappresentano il 25,1% dei residenti.
Le previsioni demografiche ISTAT pubblicate nell'agosto 2026 delineano uno scenario ancora più significativo: entro il 2050, nello scenario mediano, gli ultrasessantacinquenni potrebbero rappresentare il 34,5% della popolazione, mentre la quota di persone tra 15 e 64 anni scenderebbe al 55,3%.
Contemporaneamente cambiano le strutture familiari.
Le persone che vivono sole potrebbero aumentare da 10 a 11,6 milioni e, tra queste, gli anziani soli da 4,6 a 6,6 milioni.
Non significa che l'invecchiamento coincida necessariamente con la perdita di autonomia. Ma l'aumento della popolazione molto anziana e la riduzione delle dimensioni familiari rendono più complessa l'organizzazione dell'assistenza e la distribuzione delle responsabilità.
Per le imprese si delinea, così, uno scenario nuovo: una forza lavoro mediamente più matura, chiamata a sostenere responsabilità professionali e familiari che possono estendersi per molti anni.
La generazione sandwich non rappresenta quindi un'eccezione da gestire, ma un segnale di come stanno cambiando le condizioni della partecipazione al lavoro.
Il paradosso della longevità: più esperienza, più responsabilità
In un mercato del lavoro caratterizzato da difficoltà di reperimento delle competenze e progressivo ricambio generazionale, trattenere e valorizzare i lavoratori esperti rappresenta una priorità strategica.
Eppure, proprio nelle fasi di maggiore maturità professionale, possono intensificarsi le responsabilità familiari.
Il rischio è un paradosso organizzativo: mentre le aziende investono sulla permanenza delle persone senior, continuano talvolta a proporre modelli di lavoro costruiti sull'idea di una disponibilità individuale costante.
La questione va oltre la possibilità di usufruire di permessi o di lavorare da remoto: investe l'evoluzione delle carriere, le opportunità formative, la mobilità, l'attribuzione delle responsabilità e le aspettative di presenza.
Pensiamo a una professionista di 55 anni alla quale viene proposta una posizione di maggiore responsabilità proprio mentre deve riorganizzare l'assistenza a un genitore, continuando a sostenere un figlio universitario. Oppure a un manager che rinuncia a un'opportunità di mobilità perché incompatibile con gli impegni familiari.
Sono situazioni che possono tradursi in scelte meno visibili delle dimissioni, ma ugualmente significative: rinuncia a una promozione, riduzione dell'orario, mancata partecipazione a progetti strategici, rallentamento delle prospettive di sviluppo.
Ma quanto incidono questi fenomeni nelle nostre organizzazioni? E quanto siamo capaci di riconoscerli, prima che producano conseguenze sulla permanenza e sulla valorizzazione delle persone?
Esiste, inoltre, una dimensione di genere che merita attenzione.
La distribuzione ancora diseguale delle responsabilità familiari può amplificare gli svantaggi professionali delle donne, soprattutto nelle fasi di maggiore intensità della cura.
La filosofa politica Joan Tronto, nel libro Caring Democracy, propone di considerare la cura non soltanto come responsabilità privata, ma come questione collettiva, che interroga il modo in cui distribuiamo bisogni, risorse e responsabilità.
Una prospettiva particolarmente significativa per le imprese, perché invita a riconoscere che l'autonomia professionale non è mai completamente separata dalle relazioni di interdipendenza che attraversano la vita delle persone.
In una società longeva, la continuità del lavoro non può dipendere dall'assenza di responsabilità familiari.
Deve diventare una qualità dell'organizzazione.
Dalla conciliazione alla progettazione organizzativa
Se le responsabilità di cura diventano una componente sempre più diffusa e duratura della vita professionale, le Direzioni HR sono chiamate a superare una logica prevalentemente individuale e reattiva.
Non basta offrire strumenti per conciliare, ma occorre interrogarsi su quanto i modelli organizzativi siano capaci di adattarsi a bisogni differenti, mantenendo continuità, equità ed efficacia.
La prima leva è la conoscenza.
Le imprese dispongono di dati sull'età della popolazione aziendale, sulla mobilità interna, sull'assenteismo e sul turnover.
Ma quanto questi indicatori vengono interpretati alla luce dei cambiamenti demografici e delle diverse fasi della vita, nel rispetto della riservatezza delle persone?
La seconda riguarda il disegno del lavoro.
Prevedibilità delle attività, distribuzione delle competenze, autonomia, possibilità di sostituzione e flessibilità compatibile con le esigenze produttive.
La terza leva è la leadership.
I manager hanno un ruolo decisivo nel costruire accordi sostenibili, distinguere tra risultati e modalità di lavoro, favorire la partecipazione e garantire che le responsabilità familiari non diventino automaticamente un ostacolo alle opportunità professionali.
Infine, c’è il welfare.
Uno strumento importante, ma efficace soprattutto quando si integra con le politiche di gestione delle persone e non rimane una risposta isolata alle emergenze.
La sfida è superare l'idea di una carriera lineare, scandita da tappe prevedibili, per riconoscere che vite professionali più lunghe saranno anche più articolate, attraversate da fasi differenti di disponibilità, responsabilità e possibilità di investimento.
La capacità di valorizzare le persone lungo queste transizioni diventerà sempre più un indicatore della qualità delle organizzazioni.
A queste sfide sarà dedicato il WebFocus ISPER del 12 novembre 2026, dalle 16.30 alle 17.30, dal titolo Responsabilità di cura: una nuova variabile organizzativa.
Attraverso il confronto tra Giulietta Bergamaschi, Avvocata giuslavorista, managing partner e co-Founder Lexellent e Enrico Cazzolino, Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Psicoterapeuta e Consulente HR, moderati da me, il WebFocus offrirà spunti per riconoscere i bisogni legati alle responsabilità di cura e individuare le leve su cui HR e manager possono intervenire: ascolto, flessibilità, organizzazione del lavoro e sostegno alla continuità professionale.
Perché in un Paese che invecchia, e nel quale anche la forza lavoro diventa più matura, la cura non può restare una variabile nascosta.
Articolo scritto per "ISPER Prospettive HR" - n° 50 Ottobre 2026 - da Rossella Cardinale
Tre prospettive sul ruolo della Direzione HR nella costruzione delle competenze, nelle responsabilità di cura e nelle transizioni professionali.

