Quando il recruiting non basta - Gli strumenti HR per trasformare la ricerca delle competenze in costruzione delle professionalità
Rossella Cardinale
Quando il recruiting non basta
Quasi un'assunzione su due è difficile da coprire.
Secondo il Terzo Rapporto sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro in Italia, presentato il 30 luglio 2026 e realizzato da CNEL e Unioncamere, con la collaborazione del Ministero del Lavoro, Istat e Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, nel primo semestre 2026 le imprese italiane hanno programmato 2 milioni e 869 mila assunzioni e nel 44,8% dei casi hanno previsto difficoltà di reperimento.
Ma continuare a leggere questo dato soltanto come un problema di recruiting rischia di portarci alla domanda sbagliata: dove trovare le competenze?
Per le Direzioni HR la questione strategica sta diventando un'altra, ovvero, come contribuire a costruirle prima che il fabbisogno si trasformi in una vacancy
Quando il mercato delle competenze non basta
I numeri mostrano che non siamo di fronte a una difficoltà episodica.
Nel 2025 risultavano difficili da reperire il 57,3% dei diplomati ITS Academy ricercati dalle imprese e il 50,9% dei laureati; per alcuni indirizzi la quota superava il 70%.
Il Terzo Rapporto CNEL-Unioncamere sul mismatch invita però a non semplificare: il mancato incontro tra domanda e offerta non dipende soltanto dalla carenza di competenze, ma anche dalla bassa partecipazione al lavoro e dall'elevata mobilità.
C'è poi un secondo problema, meno visibile ma altrettanto decisivo: non basta formare competenze, occorre anche riuscire ad attrarle e trattenerle.
Il Meritometro, l'indice composito del Forum della Meritocrazia che dal 2015 misura annualmente lo "stato del merito" in dodici Paesi europei attraverso sette pilastri, registra nel 2025 per l'Italia un arretramento di 0,65 punti nel pilastro "Attrattività talenti", mentre la qualità educativa migliora di un punto.
Il dato racconta una contraddizione: possiamo migliorare la capacità di generare capitale umano e, nello stesso tempo, non creare condizioni sufficienti perché quel capitale scelga di restare e crescere nel nostro sistema.
Lo stesso Meritometro richiama un dato CNEL particolarmente netto: tra il 2011 e il 2024, per ogni giovane qualificato straniero entrato in Italia, nove giovani qualificati italiani hanno lasciato il Paese, con un costo stimato di 159,5 miliardi di euro di investimento in capitale umano non recuperato.
Il problema, quindi, non è soltanto trovare persone.
È costruire un ecosistema nel quale competenze e professionalità possano svilupparsi, incontrare il lavoro e avere ragioni per restarvi.
Dal talent acquisition allo skill building
Per molto tempo il processo è stato lineare: il business esprimeva un bisogno, l’HR definiva il profilo, il recruiter cercava sul mercato la persona più adatta.
Questo modello continua a essere necessario, ma non è più sufficiente quando alcuni profili sono strutturalmente scarsi e quando i fabbisogni cambiano più velocemente dei percorsi con cui le persone vengono formate.
Le previsioni Excelsior, Il Sistema Informativo, promosso da Unioncamere in collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e con l'Unione Europea che analizza il mercato del lavoro del futuro (Comunicato Stampa 26 novembre 2025) indicano che tra il 2025 e il 2029 il mercato del lavoro italiano esprimerà un fabbisogno compreso tra 3,3 e 3,7 milioni di occupati, in larghissima parte determinato dalla necessità di sostituire chi uscirà dal mercato del lavoro.
Se una quota rilevante dei bisogni è già leggibile oggi, aspettare l'apertura della posizione per intervenire significa arrivare tardi.
Qui cambia il ruolo dell'HR.
Non si tratta di costruire modelli di competenze a misura dell'impresa, né di chiedere a scuola, ITS e università di inseguire le vacancy del momento.
Si tratta di entrare più a monte nella filiera delle competenze: anticipare i fabbisogni, tradurli in capacità da sviluppare e progettare con il sistema formativo occasioni reali di apprendimento.
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La funzione HR non può più limitarsi a cercare competenze sul mercato: deve contribuire a costruire l'ecosistema in cui quelle competenze nascono, crescono e restano. |
Gli strumenti: dalla partnership al percorso
Perché questo passaggio non resti un principio, servono strumenti.
Il primo è la co-progettazione: non una collaborazione episodica con scuole, ITS o università, ma percorsi costruiti insieme a partire da competenze-obiettivo, esperienze sul campo e criteri condivisi di apprendimento.
Il secondo è l'apprendistato, soprattutto nelle forme di alta formazione e ricerca, che permette di integrare formazione e lavoro dentro un percorso strutturato.
Il suo valore non sta soltanto nella formula contrattuale: dipende dalla qualità del progetto, dal ruolo dei tutor aziendali e formativi, dal coinvolgimento dei manager e dalla possibilità di verificare ciò che la persona sta realmente imparando.
Il terzo strumento è forse meno visibile, ma decisivo: misurare.
Quante persone completano il percorso? Quali competenze acquisiscono? Quanto tempo impiegano a raggiungere autonomia? Quanti inserimenti proseguono? Qual è l'impatto sui tempi e sui costi di recruiting?
Senza queste domande, anche le migliori partnership rischiano di rimanere iniziative interessanti ma periferiche rispetto alla strategia HR.
La prospettiva, dunque, non è sostituire il recruiting, ma ampliarne il perimetro.
Formazione, selezione e sviluppo non possono più essere pensati come processi separati quando il mercato non rende disponibili, nei tempi necessari, le professionalità di cui le organizzazioni hanno bisogno.
Il tema sarà approfondito nel WebFocus ISPER dell'8 ottobre 2026, che avrò il piacere di moderare "Dal divario di competenze alla costruzione dei talenti”, con Gaia Marsigli, HR Plant Manager Indena, e Marco Chiesara, avvocato giuslavorista e Senior Partner Lexellent.
A partire dall'esperienza d'impresa e dal quadro normativo, il confronto entrerà nel merito delle condizioni organizzative che possono rendere alleanze formative e apprendistato strumenti sostenibili, misurabili e realmente utili sia per le imprese sia per i giovani.
Articolo scritto per "ISPER Prospettive HR" - n° 49 Settembre 2026 - da Rossella Cardinale
Tre prospettive sul ruolo della Direzione HR nella costruzione delle competenze, nelle responsabilità di cura e nelle transizioni professionali.

