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Relazioni, comunicazione e narrazione

Topic
Leadership

Rossella Cardinale

N° 43

26 gennaio 2026

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Leadership e spiritualità: quando il “senso” diventa una leva di crescita

Rossella Cardinale

Qualche anno fa, un filone americano di studi ha lanciato l’idea di valorizzare il “capitale spirituale” come variabile fondamentale per la produttività delle organizzazioni aziendali e nei luoghi di lavoro; nato inizialmente in ambito socio-economico con lo Spiritual Capital Research Program promosso dal Metanexus Institute (grazie al finanziamento della John Templeton Foundation) l’obiettivo dello studio era quello di integrare il concetto di capitale spirituale nelle scienze umane e sociali, esplorando le conseguenze economiche e sociali di religione e spiritualità e costruendo un campo di ricerca interdisciplinare.

Da questo concetto il passaggio al mondo del lavoro è avvenuto per “traduzione” in chiave organizzativa: la spiritualità è stata esplorata come risorsa intangibile che influenza motivazione, fiducia, qualità delle relazioni e comportamenti.

Purtroppo di spiritualità se ne parla poco e spesso male, confondendola con la religione.

In verità, quando intratteniamo un dialogo costante e fecondo con la nostra interiorità e ci prendiamo cura dei suoi bisogni la nostra vita prende una direzione diversa.

Del resto Gardner, con la teoria delle intelligenze multiple, e Goleman, con il paradigma dell’intelligenza emozionale, hanno già aperto la strada a visioni diverse del nostro modo di farci strada nella vita.

L’intelligenza spirituale può essere dunque definita come la capacità di ascolto delle proprie profondità, quella marcia in più che trasforma la motivazione in passione, la volontà in vocazione, la fiducia in fede e la capacità in responsabilità.

Ma ci sono momenti in cui, anche quando tutto funziona a dovere, qualcosa dentro non si muove più allo stesso modo: la motivazione si assottiglia, la fiducia diventa prudenza, le relazioni si fanno più formali.

Se oggi, nelle organizzazioni, molte persone appaiono competenti ma stanche, non è solo un tema di skill.

È un tema di significato che porta a chiedersi che cosa valga la pena fare e perché.

È chiaro a tutti che ci troviamo di fronte a uno strano paradosso: viviamo in una società decisamente soggettivista, ma con soggetti deboli; una società egoista ma costituita da ego fragili. Siamo tutti consapevoli della crescente dose di indifferenza che pervade le nostre comunità di appartenenza e che si traduce in indifferenza verso gli altri e verso l’ambiente; eppure come in uno specchio, sembra che chi prova quella indifferenza, finisca per rivolgerla anche verso se stesso.

Il bisogno che emerge

Secondo la ricerca Censis–Essere Qui dal titolo La tentazione del tralasciare (Roma 6 aprile 2024) il 54,3% degli italiani sente che “manca qualcosa” che i beni materiali non possono dare e il 72,4% considera importante la dimensione interiore e spirituale.

Ma c’è un dato ancora più interessante: per il 52,7% il cammino interiore resta un’esperienza solo personale, mentre un 20,3% vorrebbe condividerlo con altri.

Al di là delle connotazioni religiose, indubbiamente presenti, io leggo così questo dato: le persone non chiedono solo etica, chiedono senso.

E questo rimette la spiritualità al centro, perché spiritualità (in senso laico e profondo) è proprio orientamento al senso e direzione.

Quando l’energia psichica è senza direzione, cresce la tentazione del tralasciare: rinuncia, omissione, disinteresse all’azione.

In azienda questo si traduce in dis-engagement silenzioso, decisioni corte prese sotto pressione, conflitti che si cronicizzano, persone che restano ma si spengono.

La risposta organizzativa

Per lavorare sul senso a livello organizzativo occorre dare coerenza tra ciò che si dichiara e ciò che si premia, aggiornare mission e vision (non come slogan, ma come criteri di scelta quotidiani), creare spazi di ascolto e responsabilità in cui le persone colleghino il proprio contributo a qualcosa che vale.

Nel 2025 ho avuto modo di frequentare il Master in Leadership e spiritualità che consiglio a tutti coloro che si occupano - come me - di questi temi, come esperienza e pratica di vita.

Dal punto di osservazione del mio approccio laico ho avuto modo di sperimentare come la leadership cambia quando cambia il luogo interiore da cui si guida.

È un passaggio cruciale: se agisco da paura o controllo, creo paura e controllo; se agisco da presenza e cura, creo condizioni di fiducia.

È possibile parlare di leadership spirituale?

Nel mio lavoro di formatrice e consulente ho, però, spesso visto rappresentato un equivoco: si confonde la leadership con un ruolo.

E invece essere leader è una scelta che comporta avere molto chiara la distinzione tra autorità formale e autorità morale, ovvero l’influenza che nasce dai principi etici e dallo “spirito di servizio” (e non dall’uso del potere).

Per poter diventare agenti di cambiamento, però, i leader che cambiano il luogo interiore da cui guidare i team devono dedicare del buon tempo consapevole a coltivare prima di tutto in se stessi qualità come gentilezza, ascolto e fiducia:

  • Gentilezza come scelta strategica: non “buonismo”, ma intenzione di creare contesti sicuri, dove le persone possono rischiare e apprendere responsabilmente;
  • Ascolto come infrastruttura: allenare passaggi di ascolto attivo e generativo cambia l’esito di riunioni, feedback e gestione del conflitto;
  • Fiducia come energia di base: la fiducia non è ottimismo ingenuo, ma la base psichica che permette azioni sostenibili, senza cinismo e senza rischio di burnout.

“Moral authority comes from following universal and timeless principles” dice Stephen Covey nel suo bellissimo libro dal titolo L’ottava regola, frase che potremmo tradurre (liberamente) come «L’autorità morale non si impone: prende forma quando scegli di guidare secondo principi universali e senza tempo».

Anche nel testo Leadership e spiritualità di Bhakti Tirtha Swami (Amrita, 2008) l’autore dice esplicitamente che “I leader le cui azioni sono visibilmente improntate al proprio interesse, spesso creano disarmonia, risentimento e slealtà”…”I leader di oggi dovrebbero ricordare che la leadership è prima di tutto un’espressione di amore incondizionato”.

Che poi è il principio menzionato da Otto Scharmer - e più volte citato nei miei articoli precedenti (vedi Guidare sistemi complessi: pratiche e strumenti per costruire il futuro) - che per far evolvere le organizzazioni è necessario passare da una logica ego-centrata a una logica eco-sistemica.

La logica di mettersi al servizio degli altri può dare accesso ad una forma di energia che rende altamente efficace il servizio del leader.

Uno spunto di riflessione condivisa

Saper comprendere l’impatto della complessità su scelte e comportamenti, individuare le proprie fonti di radicamento e i segnali di sovraccarico, trasformare pressione e urgenza in energia sostenibile per sé e per il team è forse l’unico modo per mantenere in equilibrio performance e benessere e per trasformare la leadership in una competenza virtuosa che “serve”.

E proprio di questo e molto altro desideriamo parlare nel prossimo web focus dell’11 marzo 2026, ore 16.30-17.30 dal titolo L’energia della leadership: quale equilibrio tra performance e benessere?

In cui dialogheremo con:

  • Giuseppina Cataldi, DE&I Manager Edison SpA;
  • Fabio Cutrera, Fondatore e CEO di OMM Business.

Con la moderazione di Rossella Cardinale - Direttrice scientifica delle collezioni formative ISPER "Lavorare al femminile, Parità e Inclusione, Raccontare l'azienda e le persone, Leadership e Futuro".


Articolo scritto per "ISPER Prospettive HR" - n° 43 Gennaio 2026 - da Rossella Cardinale