Intelligenze connesse: impariamo dal mondo vegetale
Rossella Cardinale
Per anni il lavoro ha premiato soprattutto la competenza individuale, la performance del singolo, l’idea che il vantaggio nascesse da chi sapeva fare meglio degli altri.
Oggi, però, non basta più. Nella complessità contemporanea funziona meglio chi sa mettere in relazione intelligenze diverse: dentro la persona, tra le generazioni, tra culture differenti e nel rapporto sempre più stretto tra umano e artificiale.
E, sorprendentemente, una delle immagini più efficaci per capire il concetto di interdipendenza tra intelligenze diverse arriva dal mondo vegetale.
Stefano Mancuso, scienziato di prestigio mondiale, professore all'Università di Firenze e direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, mostra da anni che i sistemi più vitali sono quelli fondati sulla cooperazione, in cui le funzioni si distribuiscono, si coordinano e si sostengono reciprocamente.
Una lezione di organizzazione
Nel rileggere il bellissimo libro La nazione delle piante ho trovato ispirante correlare il tema a quello del mismatch di competenze necessarie ad affrontare il mondo del lavoro.
Nel mondo delle piante, la cooperazione non è un principio etico ma una strategia di sopravvivenza.
Le reti vegetali scambiano risorse, informazioni, segnali di allerta; non concentrano tutto in un solo centro e proprio per questo risultano più resilienti.
Trasportata nei contesti organizzativi, questa intuizione cambia radicalmente il punto di vista: non basta valorizzare il singolo talento, bisogna costruire condizioni in cui competenze, sensibilità e prospettive differenti possano entrare in relazione senza annullarsi.
La co-intelligenza nasce quindi, non tanto come somma di doti isolate, quanto come capacità di generare un pensiero più ampio, più flessibile e più efficace attraverso la connessione.
La cooperazione comincia dentro la persona
Questo vale prima di tutto a livello individuale.
L’idea delle intelligenze multiple di Howard Gardner resta attuale proprio perché aiuta a superare una visione riduttiva della persona.
Nessuna intelligenza basta da sola. L’analisi non è sufficiente senza lettura emotiva del contesto; l’intuizione non basta senza una mente disciplinata; il ragionamento non risolve se il corpo è fuori assetto; la competenza tecnica non produce valore se non sa tradursi in relazione.
Pensare oggi significa saper integrare registri diversi: cognitivo, emotivo, corporeo, sociale, spaziale.
In questo senso la co-intelligenza è già una forma di regia interna, la capacità di far lavorare insieme facoltà differenti senza irrigidirle in una gerarchia.
Interculturalità e intergenerazionalità: la differenza come infrastruttura
Il punto decisivo emerge quando le intelligenze si incontrano nello spazio collettivo.
I contesti di lavoro sono sempre più composti da storie, età, linguaggi e codici culturali diversi.
La Commissione Europea ha dichiarato che in Europa il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni ha raggiunto il 75,8% nel 2024, con migranti, donne e lavoratori tra 55 e 64 anni che hanno contribuito maggiormente all’aumento.
Parallelamente, molte organizzazioni si trovano oggi a far convivere fino a cinque generazioni nello stesso spazio di lavoro.
Questo significa che le organizzazioni sono sempre più attraversate da differenze culturali, linguistiche, anagrafiche e cognitive.
In un contesto in cui convivono generazioni con esperienze, aspettative e codici diversi, così come persone provenienti da storie culturali differenti, il rischio più grande non è la diversità in sé, ma l’incapacità di leggerla e governarla.
Quando manca questa capacità, le differenze diventano attrito, equivoco, chiusura difensiva.
Quando invece vengono riconosciute e messe in comunicazione, diventano apprendimento reciproco, ampliamento dei punti di vista, correzione dei bias e innovazione.
Per questo interculturalità e intergenerazionalità non chiedono solo apertura di principio, ma competenze molto concrete: la cooperazione matura nasce quando le differenze non vengono tollerate a fatica, ma trattate come una risorsa strutturale.
Le competenze da sviluppare e proteggere
Se vogliamo leggere questa come una lezione di apprendimento, le competenze più importanti sono quelle che rendono possibile la cooperazione intelligente, come quella praticata dal mondo vegetale.
Serve un mind-set inclusivo, ma non nel senso retorico del termine.
Inclusiva è l’intelligenza che sa fare spazio senza perdere rigore; che sa mettere in discussione i propri automatismi; che non scambia ciò che è familiare per ciò che è giusto.
Inclusiva è la capacità di fare domande migliori, di sospendere per un momento la risposta immediata, di leggere i sistemi come reti di interdipendenza e non come sequenze lineari di causa-effetto.
In questo quadro diventano decisive alcune skill da sviluppare e proteggere: il pensiero fuori dagli schemi, la curiosità, l’ascolto attivo, la capacità di riconoscere e correggere i bias, l’intelligenza sociale necessaria a leggere i contesti complessi, la disposizione a costruire fiducia tra differenze.
Il World Economic Forum, nel Future of Jobs Report 2025, rileva che entro il 2030 il 39% delle competenze chiave dei lavoratori sarà soggetto a cambiamento, mentre gli skill gaps sono indicati come la principale barriera alla trasformazione dal 63% dei datori di lavoro intervistati.
Tuttavia queste sono competenze fragili, perché richiedono tempo, allenamento, esposizione alla pluralità e una cultura che non premi soltanto velocità, conformità e risposta immediata.
Eppure, sono proprio queste a fare la differenza quando il contesto cambia e quando la complessità aumenta.
E nel rapporto con AI?
L’OCSE [AI and work] segnala che, nei Paesi membri con dati comparabili, nel 2025 il 20,2% delle imprese dichiarava di utilizzare sistemi di AI, contro il 14,2% del 2024 e l’8,7% del 2023.
In parallelo, nelle indagini OCSE sui lavoratori dei settori manifatturiero e finanziario in sette Paesi, quattro su cinque affermano che l’AI migliora la performance e tre su cinque che rende il lavoro più gratificante.
Resta però significativo il rischio di automazione: secondo l’OCSE, le occupazioni al più alto rischio rappresentano circa il 27% dell’occupazione totale.
Il nodo però non è scegliere tra umano e macchina, ma capire quali capacità restino decisive proprio perché più difficili da automatizzare.
Le tecnologie accelerano, sintetizzano, classificano, ma le persone restano indispensabili quando bisogna interpretare e formulare domande non ovvie, tenere insieme sensibilità diverse, assumersi la responsabilità di una decisione. Anche qui la posta in gioco non è la prestazione isolata, ma la qualità della relazione tra intelligenze differenti.
Conclusioni
La lezione di Mancuso può essere letta come una proposta organizzativa oltre che biologica: i sistemi più intelligenti non sono quelli che selezionano una facoltà dominante, ma quelli che sanno mettere in cooperazione intelligenze diverse.
È questa la sfida più concreta: coltivare contesti in cui differenze culturali e generazionali non si neutralizzino.
Il futuro non apparterrà all’intelligenza più forte, ma a quella più capace di creare legami, distribuire funzioni e far circolare valore.
Articolo scritto per "ISPER Prospettive HR" - n° 46 Aprile 2026 - da Rossella Cardinale

