Area
Benessere, psicologia e diversità nel lavoro

Topic
Leadership

Rossella Cardinale

N° 45

23 marzo 2026

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Il limite perduto: ripensare il tempo del lavoro nell’età dell’ipnosi produttiva

Rossella Cardinale

Da qualche anno il disagio psichico e la fatica mentale non riguardano più soltanto le fragilità individuali, ma stanno diventando una lente sempre più utile per leggere il nostro modo di lavorare.

Nel World Mental Health Day Report, Ipsos, 2024, infatti, il 28% degli italiani ha dichiarato di soffrire di disturbi nella sfera della salute mentale; il dato globale sale al 32%, mentre in Italia si registra un +6% rispetto al 2023.

Leggere questi dati soltanto come un’emergenza sanitaria sarebbe, però, riduttivo.

Nelle organizzazioni, abbiamo progressivamente normalizzato tensione cronica, disturbi del sonno, burnout e stanchezza continua.

Il malessere contemporaneo ha, infatti, a che fare con il modo in cui abitiamo il tempo. Per questo, quella che attraversa oggi il lavoro è una crisi del rapporto con il tempo.

L’Occidente produttivo e la paura del limite

Mi sono imbattuta in questi giorni in un libro che è già diventato un caso, anche per il dibattito sorto attorno all’identità del suo autore, descritto da diverse fonti come una figura costruita nell’ambito di un’operazione editoriale e filosofica.

Ma, al di là del caso, Ipnocrazia, attribuito a Jianwei Xun, offre una chiave di lettura particolarmente efficace del presente.

Il libro suggerisce che non viviamo soltanto in una società satura di informazioni, ma in un ecosistema in cui la nostra esperienza percettiva viene orientata prima ancora di poter essere elaborata criticamente.

I fatti arrivano già selezionati, le priorità già suggerite, il reale in qualche misura già trattato.

Così il problema non è solo l’eccesso di informazione, ma una progressiva alterazione del nostro rapporto con la realtà.

E dentro questa torsione continua anche il tempo cambia natura: smette di essere esperienza e diventa sollecitazione permanente.

Il tema non riguarda solo la tecnologia o l’invasività delle intelligenze artificiali.

La cultura occidentale moderna ha costruito il proprio immaginario attorno a un’idea di tempo lineare, misurabile, cumulabile.

Conta ciò che si produce. Il vuoto inquieta, la pausa crea senso di colpa, il limite spaventa.

Non si teme soltanto di perdere tempo: si teme di non coincidere più con il modello di efficienza che definisce il nostro valore.

In questo quadro pesa ancora, in modo più o meno esplicito, la lunga eredità della filosofia del lavoro calvinista, poi interpretata da Max Weber come uno dei motori culturali del capitalismo moderno.

L’idea che il lavoro costante, disciplinato, continuo sia non solo un’attività economica, ma una prova morale, ha inciso profondamente sulla cultura occidentale.

Da ciò deriva una concezione quasi etica della produttività: essere sempre impegnati diventa segno di serietà, disponibilità, persino di virtù.

Il riposo, invece, tende a essere percepito come sospetto e improduttivo.

Per questo il limite, nelle organizzazioni contemporanee, non viene letto come dato strutturale dell’umano, ma come ostacolo da aggirare.

Eppure, il punto è proprio questo: quando una cultura non accetta il limite, finisce per produrre la saturazione come modello e il burnout come effetto collaterale sistemico.

Dai Greci a oggi: quando il tempo aveva più di un nome

Gli antichi, da questo punto di vista, avevano un’intelligenza del tempo molto meno povera della nostra. Non lo riducevano a una sola dimensione.

Chronos era il tempo quantitativo, lineare, quello che si misura.

Kairos era il momento opportuno, il tempo qualitativo della decisione giusta.

Aion indicava la durata profonda, il tempo lungo dell’esistenza.

Eniautos rimandava al ciclo, al ritorno, al ritmo ricorrente.

Hora era il tempo appropriato, la stagione giusta per una determinata azione.

Questa pluralità dice qualcosa di essenziale anche al presente: il tempo umano non coincide con il calendario.

Una società che riconosce solo Chronos finisce per amputare l’esperienza umana della sua parte più vitale: il discernimento, l’attesa, la maturazione, la misura.

È precisamente ciò che oggi sembra smarrito.

L’ipertrofia del tempo produttivo ha reso marginali gli altri ordini del tempo.

Sappiamo contare, ma non sostare. Sappiamo reagire, ma sempre meno scegliere.

E così, mentre le organizzazioni chiedono performance, adattabilità e resilienza, cresce parallelamente un malessere che non è semplicemente individuale, ma culturale.

I dati citati ci raccontano che siamo di fronte a un ecosistema del lavoro che tende a consumare più energia di quanta ne sappia rigenerare.

La settimana corta come test culturale

In questa cornice il dibattito sulla settimana corta potrebbe assumere una valenza diversa, non tanto come slogan politico, né come misura da applicare meccanicamente ovunque, ma come paradigma alternativo di rapporto tra tempo, lavoro ed energia.

Il suo valore potrebbe risiedere nel fatto che costringe a mettere in discussione una convinzione radicata, cioè che la quantità di tempo occupato coincida con il valore prodotto.

Ciò obbliga a chiedersi quali attività generano davvero valore, quali sono ridondanti, quali nascono da inefficienze stratificate, quali da culture manageriali incapaci di delegare o di definire priorità.

E a riconoscere che energia, concentrazione e qualità del lavoro non sono risorse infinite.

Il modello, pur non essendo tecnicamente impensabile sul piano organizzativo, finisce per mettere in crisi una grammatica morale sedimentata, quella che assimila la dedizione alla presenza continua e la responsabilità all’iper-disponibilità.

Una cultura che non tollera il limite finisce, dunque, per chiamare efficienza ciò che spesso è soltanto saturazione.

La leadership come politica del tempo

E su questo punto che le competenze di leadership entrano davvero in scena.

Il leader oggi non è semplicemente colui o colei che organizza attività, ma chi interpreta il tempo dentro l’organizzazione.

Decide che cosa è urgente, che cosa può attendere, che cosa merita attenzione, che cosa invece va ridotto, delegato o persino eliminato.

L’efficientamento del tempo, allora, non coincide con il fare più cose in meno ore.

Coincide con una capacità più esigente: distinguere tra urgenza reale e urgenza indotta, proteggere il focus, negoziare priorità con gli stakeholder, ridistribuire il carico, non usare le persone come riserva infinita di disponibilità.

Una leadership matura non nega il limite: lo assume come criterio di realtà e come condizione di qualità.

E il tema è profondamente umano.

Perché il tempo del leader è una scelta di misura che racconta il modo in cui un’organizzazione decide di vivere il lavoro: se, cioè, come consumo continuo o come spazio di responsabilità sostenibile.

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Articolo scritto per "ISPER Prospettive HR" - n° 45 Marzo 2026 - da Rossella Cardinale